Curiosità, aneddoti e racconti sui cani

L’INEFFABILE BUFF

alano“Mamma, mamma, vieni a vedere” mi invita mio figlio.

Mi affaccio alla finestra e vedo il suo compagno di banco accompagnato dalla madre che regge un guinzaglio attaccato al quale sgambetta maestoso un alano.

Resto imbambolata a guardarlo: è un cane di un’eleganza innata, regale, enorme e beneducato. Infatti, il guinzaglio resta morbidamente teso tra la signora e il suo cane.

“Hai visto, mamma? Non è meraviglioso?” si entusiasma Luca, prima che i due accompagnatori di mio figlio si accommiatino per tornare a casa loro.

In effetti, un cane di quel genere non è molto comune da vedere, anche perché impegnativo da allevare.

Mio figlio prosegue a parlare delle meraviglie di Debbie (l’alano femmina del suo compagno di scuola) per almeno un’ora, prima che io mi stanchi e lo inviti a una passeggiata nel parco vicino.

Luca accetta con entusiasmo, gli è sempre piaciuto camminare, ma oggi guarda con malcelata passione tutte le persone accompagnate da cani.

“Perché non possiamo prendere anche noi un cane?” mi chiede a bruciapelo.

“Sai che un cane richiede molte attenzioni e disponibilità a portarlo fuori per i bisogni fisici e mentali. Sei disposto ad assumertene la responsabilità?”

“Certo, mamma, certo che sono disponibile. E… e mi piacerebbe un alano, se tu e papà siete d’accordo.”

Non se ne parla proprio. Il suo costo sarebbe impossibile per noi da sostenere e, inoltre, il canile municipale è colmo di cani che aspettano di essere scelti per vivere una vita degna di questo nome. Quindi, se ti adatti a scegliere un cane in canile, sono certa di poter convincere papà ad accontentarti, altrimenti…”

Luca sbuffa: probabilmente aveva sperato di potere esibirsi con un cane di razza pregiata, e la mia resistenza l’ha spiazzato.

“Ci penso e poi ti dico” mi risponde deluso.

“Guarda che anche in canile hanno cani di razza che, per un motivo o per l’altro, sono stati abbandonati.”

“Ah sì?” chiede Luca con occhi brillanti di entusiasmo. “Ci possiamo andare domani che è sabato?”

“Va bene, stasera parlo con tuo padre e, se anche lui è d’accordo, domani andremo tutti e tre. Ora torniamo a casa, ci sono i compiti da fare.”

Stranamente silenzioso, Luca ha di sicuro in mente qualcosa che non osa dirmi. Staremo a vedere.

Poiché ieri sera sono riuscita a convincere mio marito della “necessità” di un cane per il nostro piccolo, oggi stiamo viaggiando impavidi verso l’avventura del canile.

Là giunti, spieghiamo alla responsabile che vorremmo adottare un cane.

“Avete uno spazio esterno?”

“No, viviamo in appartamento, ma vicino a casa c’è un grande parco, dove possiamo fare passeggiate con il cane.”

“Che tipo di cane vi interessa?”

“Io vorrei un cucciolo di alano o anche di labrador” dichiara Luca.

“Al momento non ne abbiamo, però, se ti interessa un cucciolo, te ne mostro alcuni. Se volete seguirmi…” aggiunge, rivolta a tutti noi.

La seguiamo, entrando in una stanza gremita di gabbie dove urlano a squarciagola una cinquantina di cuccioli canini, uno più bello dell’altro.

Luca si è incantato a guardarli, poi si avvicina e li accarezza uno a uno, guardandoci ogni volta con fare smarrito: la scelta è ardua e, lo vedo bene, nessuno dei cuccioli ha conquistato il suo cuore.

Alla fine della visita, io dichiaro: “Puoi pensarci stasera e domani, se il canile è aperto, possiamo tornare e sceglierne uno, eh, che ne dici?”

“Sì, è meglio così” acconsente il mio adorabile ragazzino.

Abbandonando lo stanzone, per uscire siamo costretti a passare attraverso un corridoio costeggiato da box che ospitano cani adulti.

E lì succede.

Luca si ferma davanti a un box, dove un cane anziano si aggira irrequieto. Udendo i nostri passi, si avvicina alla recinzione e ci osserva: i suoi occhi contengono miliardi di tristezze ma sono dolci, dolcissimi.

Il mio ragazzo non sa che fare, andarsene non può: quegli occhi non gli lasciano tregua, lo incatenano con una forza magnetica che ha del soprannaturale. Non ho mai visto mio figlio così coinvolto.

Cerco di farlo muovere, prendendogli la mano, ma lui si divincola e accarezza quel povero essere che risponde alle sue carezze con guaiti commoventi.

Luca ha gli occhi pieni di lacrime, evidentemente non sa che fare.

La responsabile del canile ci racconta: “Questo è Buff, ha dieci anni trascorsi quasi per intero in una famiglia che, quando lui è invecchiato, ce l’ha riportato per comprare un cucciolo di razza. Da quando è tornato non ha più pace: continua a camminare nel box e guarda lontano, sicuramente sperando che la sua famiglia torni a riprenderlo.  Non va d’accordo con gli altri cani e quindi devo tenerlo in un box da solo.”

Mio figlio mi guarda, i suoi occhi non sono più pieni di lacrime che ora scorrono liberamente sulle guance.

Poi mi abbraccia singhiozzando, mentre io gli accarezzo la testa.

“Voglio lui” mi sussurra, guardando il vecchietto che non ha mai smesso di scodinzolare e di allungare il capo in cerca di carezze.

Io guardo mio marito che alza le spalle in segno di resa: d’altra parte è meraviglioso avere un figlio tanto sensibile.

Gli accordi con la responsabile sono presi, le carte firmate e l’indomani Buff fa ormai parte della nostra famiglia.

Mai scelta fu più indovinata: l’amore che il nostro cane ci sta donando supera ogni più rosea aspettativa.

(dal libro Fiabe a modo mio edito in agosto 2018)

Definitivamente Lola

cuccioli di caneSucchio avidamente il latte dal seno di mamma accanto ai miei fratelli e sorelle. Una volta terminate le operazioni, mi sdraio al sole: la vita è proprio bella!

Osservo la natura verde e splendente, il panorama abituale, la mia famiglia devota, che posso chiedere di più?

Trascorre il tempo nel più completo abbandono alla rassicurante consuetudine, finché un giorno…

Mamma era andata a caccia con il nostro padrone di casa che a sera torna solo. I miei fratelli e io gli saltelliamo intorno chiedendo notizie della nostra genitrice, ma lui ci sposta con un piede e, irato come mai lo abbiamo visto, si ritira brontolando chissà che nella sua stanza da letto.

Noi siamo affamati e lo manifestiamo con uggiolii inconsulti che, anziché alimenti, ci procurano rimproveri maneschi.

La notte scorre sui nostri corpi ammucchiati in cerca del calore che, di solito, ci assicurava mamma. La mattina corriamo incontro al nostro umano nella speranza di ricevere un po’ di cibo, invece siamo introdotti nel baule dell’auto che parte rabbiosa.

Corriamo su strade sconosciute, ci allontaniamo sempre più dai nostri ricordi più cari ai quali abbaiamo mesti addii.

Ora l’auto è ferma, il baule si apre, noi vogliamo uscire, ma le nostre zampette sono ancora troppo corte per il salto necessario, così alziamo i musi ad annusare un signore sconosciuto che ci osserva.

“Sono cinque, io non li posso tenere, quindi glieli ho portati da sopprimere.”

“La legge non consente la soppressione di animali sani, mi spiace…”

“Beh, allora io glieli lascio: faccia un po’ lei…”

“Vedrò di sistemarli in un modo o nell’altro… Cos’hanno, un paio di mesi?”

“Sì, più o meno” risponde il nostro umano.

Pur avendo seguito attentamente il dialogo, non abbiamo compreso né di chi stanno parlando né di che cosa. Pertanto dimeniamo le code e chiediamo cibo, cibo, cibo per favore.

Il trasferimento dal baule a una gabbia molto spaziosa ci fa ben sperare, e, in effetti, di lì a poco ci vengono offerti acqua e un pasto niente male.

Così inizia la nostra nuova vita con i miei fratelli e sorelle che se ne vanno alla spicciolata e che mi lasciano completamente sola dopo pochi giorni dal nostro arrivo.

Il veterinario che mi segue – ho appreso ieri che si tratta di un dottore degli animali – è gentile e non si scorda mai di me, ma non ha tempo né per condurmi all’aperto né per giocare, così mi sento abbandonata, e la depressione inizia a procurarmi qualche problema.

Oggi non ho voglia di giocare, non ho voglia di mangiare, ho solo voglia di dormire. Me ne sto stesa con il muso sulle zampe anteriori e aspetto non so neppure io che cosa. Un viso giovane mi osserva attraverso le sbarre, io lo guardo con occhi tristi e, quando una mano si allunga per farmi una carezza, non reagisco, lascio che tutto accada. È stata forse la mia tristezza oppure doveva andare così, ecco dunque che vengo estratta dalla gabbia, indosso un guinzaglio e me ne vado da quella prigione dorata insieme al mio salvatore.

“Mi chiamo Federico e d’ora in poi sarò il tuo compagno. Vediamo un po’ che nome posso darti. Lilli? No, troppo comune; Prudence? Uhm, in effetti, fa un po’ schifo; Maggie? Questo non è male, non trovi? Allora vada per Maggie!”

Maggie mi pare più adatto a una micia, ma il nome non è particolarmente importante.

Giungiamo in una villetta a schiera con un fazzoletto di giardino, dove vengo sistemata. Accanto alla porta d’ingresso della casa fa bella mostra di sé una magnifica cuccia dotata di cuscino imbottito di piume.

“Io sono un cane da caccia e cerco di fare il mio dovere in ogni occasione,” spiego a Federico che ha terminato ora di abbaiare i suoi rimproveri per la nevicata di piume da me provocata.

Ho scoperto che sono una cagnetta esuberante, e il giardino mi sta proprio stretto, così di tanto in tanto cerco di fuggire dal cancello per farmi qualche provvidenziale sgroppata nel circondario.

Ma un giorno Federico mi carica in macchina e torna alla prigione da cui mi aveva prelevata.

“Le ho riportato la cagnetta. Non riesco a gestirla: è troppo esuberante! Morde tutto ciò con cui viene in contatto, scava buche enormi in giardino, fugge ogni qualvolta trova uno spiraglio, abbaia incessantemente. Guardi, non me la sento proprio di tenerla. Mi spiace perché mi ci ero già affezionato!”

Come? Federico mi abbandona così? È impossibile! Mi aveva promesso amore eterno. È dunque questo l’amore degli umani?

La gabbia che mi aveva ospitato prima dell’interludio con Federico ora è occupata da un cagnolino, e io devo dividere con lui il poco spazio disponibile.

I giorni tornano a scorrere lenti, tristi e tutti uguali. Il mio umore continua a peggiorare tanto che non ho neppure appetito e spesso lascio la mia porzione di cibo all’amico piccino.

Preoccupato dal mio dimagrimento, il veterinario che mi ospita ha trovato un altro possibile capo branco per me: Orietta.

È una signora di mezza età, un po’ tonda ma gioviale, e io mi affeziono subito.

La casa non è grande, di giardini neppure l’ombra, ma Orietta ha molto tempo disponibile che trascorriamo a fare lunghe passeggiate in città o nel giardino pubblico proprio di fronte a casa.

Il mio nuovo nome è Pinga, e non so neppure io se mi piace, ma, come ho già affermato, non è questo l’essenziale nella vita di una cagnolina.

La casa in cui abito mi sta molto stretta, e così i guai che combino sono sempre inversamente proporzionali alla vastità dell’ambiente.

Orietta è una signora molto paziente e me lo ha dimostrato in diverse occasioni: per la distruzione di un guanciale, per la sparizione consecutiva di quattro ciabatte, due scarpe e uno stivaletto molto saporito, per il saccheggio del frigorifero lasciato inavvertitamente socchiuso (solo sette volte), per la demolizione dell’isolamento in sughero della porta d’ingresso e per altre cose che ora non ricordo.

Contando sulla disponibilità della mia amica umana, ieri ho ingoiato il suo anello di brillanti (brillava molto ed era bellissimo, così non ho proprio resistito e ho voluto assaporarlo).

“Questa è la goccia che fa traboccare il vaso” sbraita Orietta battendomi sul muso con un giornale.

Io resto di stucco: non era mai accaduta una cosa simile, ma la mia indole affettuosa mi spinge a saltare intorno alla mia amica nel tentativo di riconquistarne l’amore.

Il guinzaglio mi stringe la gola, e noi usciamo per una passeggiata. Sono tranquilla perché so che, al rientro, tutto sarà come prima della mia ultima marachella.

Camminiamo speditamente e, strano, non visitiamo i soliti paraggi, ma stiamo andando in una direzione a me sconosciuta.

Orrore! Siamo giunte al solito ambulatorio veterinario, entriamo e: “Dottore, Pinga ha ingoiato un anello molto prezioso che, tra l’altro, è un ricordo di mia madre. Che cosa si può fare per recuperarlo?”

“Bisogna solo attendere che esca con le feci, signora, salvo che la cagnetta non presenti dei disturbi del tratto digestivo, nel qual caso occorre intervenire al più presto.”

“Allora, dottore, io gliela lascio finché recupereremo l’anello, poi vedremo…”

“Ma signora, io non ho gabbie libere al momento…”

“Non so proprio che cosa dire. Io Pinga non posso più tenerla! Durante la sua breve permanenza, la mia casa è stata semi distrutta, e io non me la sento proprio di continuare in questo modo. Vuole che le racconti che cosa ha combinato in un mese? Forse è meglio di no, lei ha da fare e io devo tornare a sistemare un po’ la casa: stasera arriva mia sorella con i nipoti, e non posso proprio presentarle l’orribile spettacolo…”

Oh, no! Un altro abbandono! Ma che cosa ho fatto di male per meritarmi un trattamento di questo genere? Sono stipata in una gabbia con altre due cagnoline ancora più tristi di me. Ci raccontiamo le nostre vicissitudini e lamentiamo la nostra cattiva sorte.

La gabbia è molto stretta per noi tre che dobbiamo vivere ammucchiate. Anche il cibo che riceviamo viene spesso rovesciato per mancanza di spazio, cosicché nessuna di noi mangia a sufficienza.

Finalmente Clotilde, la più piccola, viene adottata e, dopo tre giorni anche Lara se ne va.

La solitudine per me è peggiore di qualsiasi mancanza di spazio, e io ululo tutto il giorno la mia disperazione, finché un mattino si affaccia una cucciola umana che punta il dito verso di me e: “Mamma, voglio quello!” dichiara.

“Ma tesoro,” risponde la madre contrariata, “quello non è un cucciolo, non vedi che è un cane già adulto?”

“No signora” puntualizzo, “non sono ancora adulta, anche se sono una cucciola un po’ cresciuta.”

“Io lo voglio lo stesso” insiste la piccola umana.

Drizzo le orecchie e mi chiedo se questa sarà finalmente la volta buona. Speriamo!

Vengo estratta dalla gabbia, esaminata, battezzata Emily e trasportata nella mia nuova abitazione.

Sono felice, sì, abbastanza felice, ma non mi entusiasmo come le prime volte, non si sa mai che anche questa nuova occasione vada sprecata!

Giungiamo in una villetta con un vasto giardino. È bello qui, potessi restarci per sempre!

Sono introdotta in un locale a piano terra, dove mi rinchiudono. Non ci sono suppellettili, tranne un tavolo e una sedia di paglia mezzo sfondata.

Avendo bisogno di liberare la vescica, raspo alla porta per uscire, ma nessuno si accorge della mia richiesta, così sono costretta a servirmi di un angolo.

Cibo e acqua non si vedono fino a sera, quando la bambina e la mamma mi portano un po’ di pane inzuppato in brodo di verdura e una ciotola di acqua. Sono affamata e non faccio complimenti, ma raccomando ai miei nuovi amici di procurarmi pranzi un tantino più sostanziosi.

Mentre dialoghiamo, le due si avvedono dell’angolo bagnato, e la madre inizia a sbraitare che così non va, che devo aspettare di uscire per fare i miei bisogni e tante altre cose che non riesco a comprendere.

Il giorno successivo vengo portata in giardino, legata a una catena corta che mi lascia la possibilità di muovermi per pochi metri. Io piango e piango e piango. Dove sono mai capitata? Lasciatemi libera di spaziare nel vasto mondo, perché mi avete adottato se non avevate alcuna intenzione di amarmi?

Di tanto in tanto la bimba viene a trovarmi, a darmi un pezzo di pane, a coccolarmi con le sue morbide manine, ma la sera rientro nel tugurio che rappresenta la mia stanza da letto.

Sono furiosa e azzanno prima la sedia poi, quando questa è distrutta, il tavolo. Comincio dalle gambe e su, su fino al ripiano che porta ormai i segni delle mie unghie e dei miei denti. Cosa che, tuttavia, non mi calma affatto.

Il giorno successivo la madre, costatato il disastro, si mette le mani nei capelli, mi sbraita mille improperi e mi prende a calci e pugni.

“Che cosa vuoi da me? Mi hai sempre trattata come un impiastro, potevi lasciarmi dove mi hai trovata. E, siccome mi hai scelta, potevi trattarmi con più umanità. Che ti ho fatto di male?” le abbaio con vigore.

Non l’avessi mai fatto. Di nuovo il guinzaglio, l’auto, la gabbia, ma stavolta giungiamo in un posto dove non sono mai stata prima.

Un signore si avvicina e chiede alla madre: “In che posso esserle utile?”

“Ho portato questa cagna che ho trovato per strada abbandonata.”

“Nel nostro canile sono ricoverati centinaia di cani, non è che questa potrebbe tenerla lei, signora?”

“Oh, no, mi dispiace, io ho già altri due cani…”

Brutta bugiarda, tu avevi solo me e ora non mi vuoi più! Beh, sai che ti dico? Sono io che non voglio più te! Che me ne faccio di un simile essere che non è capace che di mentire e maltrattare dei poveri animali indifesi? Il canile non sarà poi così male, qui avrò se non altro compagnia!

Come mi sbagliavo!

Gli inservienti sono gentili, anzi amabili, ma i compagni di sventura sono terribilmente arrabbiati. Spesso sono azzannata, costretta a cedere la ciotola ai cani più forti e l’unica compagnia che ho, è quella di me stessa e di tanta fame.

Sono ormai finita, giovane e già preda di un abbrutimento totale. Nessuno mi sceglierà mai più in questo luogo orrendo. Da qui non si esce, ne sono certa.

Ho un occhio semichiuso da una zampata velenosa, sono piena di pulci che mi procurano un prurito insopportabile, ho sempre lo stomaco vuoto e vivo in un luogo che resta pulito solo pochi minuti dopo il passaggio degli inservienti.

Il veterinario che mi ospitava nel suo ambulatorio è venuto stamani a trovarmi e mi ha consolato: “Non preoccuparti, troverò qualcuno che ti voglia, ma stavolta deve essere per sempre. Pazienta ancora un po’, forse ho la famiglia adatta.”

Non lo sto neppure a sentire, tanto so che sono tutte fandonie per rincuorarmi.

Il tempo trascorre lento nella pigrizia dell’abbandono, finché un giorno l’amico veterinario torna a prendermi.

Allora non tutti gli umani sono inaffidabili, questo ha mantenuto la promessa!

Vengo portata in una clinica di bellezza dove mi lavano, mi spulciano, mi pettinano così che devo essere diventata una cagnetta molto bella. Vorrei avere uno specchio per rimirarmi, ma mi fido del viso sorridente del mio amico. Con il quale parto in auto fino a una destinazione che, se non sarà per la vita, metterà in serio pericolo il mio equilibrio mentale.

Giunti a destinazione, il veterinario mi presenta come una cagnolina molto esuberante a tre umani, due maschi e una femmina, che fanno molte domande su di me e mi sorridono. Io li osservo, immergo i miei occhi nei loro e trovo in fondo a quello sguardo una bontà che mi fa ben sperare. Allora mi avvento su di loro, li copro di baci e guaisco la mia immensa, incontenibile gioia.

Sono diventata Lola, ne ho combinate di cotte e di crude, ma non ho mai perduto l’amore che ho finalmente trovato in questa casa.

(dal libro “Animali Amici miei”)

                                             

Perché proprio a me?

racconto su di un cane

“Mamma, perché sei così agitata oggi?” chiede Poppy.

“Oh nulla, caro. Vai a giocare con i tuoi fratelli.”

La madre è molto pensierosa e, per scaricare un po’ la tensione, si avvicina alla sorella e le confida: “Ho appena assistito a un incontro tra il nostro tutore e un suo amico, i cui discorsi mi hanno atterrita.”

“Come mai? Raccontami che cosa hai sentito.”

“Il nostro tutore diceva che tra un paio di giorni dovrà scegliere due cuccioli dei miei da consegnare al tipo che viene dalla città, ma che poi avrebbe voluto fare in proprio perché sembra che i combattimenti clandestini tra cani fruttino un sacco di soldi. Io sono molto preoccupata per i miei piccoli: hanno solo due mesi e sono a malapena svezzati. Tu che cosa mi consigli?”

“Credo non ci sia nulla da fare, purtroppo…”

Le due cagnette scuotono la testa e se ne vanno per i fatti loro.

L’indomani il tutore si avvicina alla madre di Poppy e ai suoi cuccioli con un tipo poco raccomandabile che dichiara: “Ma questi non sono pitbull.”

“Come no” ribatte il tutore, “padre e madre pitbull!”

Il tipo scuote il capo, si avvicina a Poppy, gli apre la bocca con malagrazia e: “Questo è l’unico che posso prendere, gli altri non sono adatti.”

Così Poppy, nonostante gli ululati strazianti della madre, cui rispondono i suoi strilli, viene introdotto in una gabbia e caricato in auto.

Piange, il nostro piccolo, per il distacco dalla mamma e per il terrore che ha invaso la sua vita.

Il viaggio è lungo, o almeno così sembra al nostro amico, ma infine l’auto si arresta davanti a un portone che puzza di dolore lontano un miglio.

Poppy si rintana nella gabbia, rifiutandosi di uscire, rifiuto che gli costa strattoni, pugni e bastonate.

Seguono giorni grigi di terrore, rossi di dolore e neri di rabbia.

Il nostro eroe cresce e con lui le sevizie cui è sottoposto: giorni interi senza mangiare, percosse gratuite, lunghe ore al buio appeso a uno pneumatico stretto tra i denti che non possono mollare la presa, pena dolorose cadute.

La notte il nostro eroe riposa – si fa per dire – accanto ad altri cani che tentano sempre di addentarlo, mentre la sua mente ritorna alla mamma perduta, alla morbidezza del suo ventre e al dolce sapore del latte.

“Perché proprio a me?” si chiede il tapino, non sapendo ancora a cosa dovrà sottoporsi in futuro.

Futuro che arriva fin troppo presto un anno dopo.

Il nostro eroe è portato in una palestra, dove per un’intera settimana lo allenano a mordere e a distruggere tutto quanto a portata di bocca.

“Ora sei pronto, Peste!” gli grida il suo allenatore.

“Peste? Ma io mi chiamo Poppy” sussurra timidamente il nostro amico, che viene caricato su un furgone con altri compagni e trasportato fino a una discarica, dove dovrà svolgersi il combattimento.

Una buca è stata scavata all’interno di un recinto per i due contendenti che ora si fronteggiano guardandosi in cagnesco.

“Salve” tenta Poppy, “che cosa facciamo? Giochiamo un po’?”

“Chi pensi di prendere in giro?” risponde il suo avversario, avvicinandosi minacciosamente.

Il nostro eroe indietreggia: ha capito che dovrà misurarsi con quel vecchio mastino, sicuramente più esperto di lui nella lotta.

“Perché proprio a me?” è l’ultimo pensiero che attraversa la sua mente prima del contatto fisico con il nemico.

Ma Poppy è un cane giovane e pieno di energia, così il combattimento termina con il mastino a terra insanguinato ma non domo.

“Mi spiace, non volevo farti male; sei stato tu a cominciare” dichiara Poppy. “Ti serve aiuto?”

“Vattene” gli ringhia l’altro, e il nostro eroe esegue.

A Poppy sono medicate le ferite, dopodiché viene rifocillato con succulenti bocconcini e per un paio di giorni è lasciato tranquillo. Poi gli allenamenti riprendono con incitazioni sempre più energiche alla violenza.

Ed ecco arrivare il giorno di un nuovo combattimento.

Stavolta l’avversario è un pastore tedesco quasi interamente nero con una dentatura da far invidia. Poppy è spaventato, retrocede lentamente davanti all’avversario, ma una scarica elettrica somministratagli dal suo allenatore lo stimola alla lotta.

“Perché proprio a me?” è ancora la domanda che trascorre veloce nel suo cervello prima della lotta vera e propria.

Stavolta il nostro eroe fatica molto a rintuzzare gli attacchi dell’avversario, ma alla fine è ugualmente il vincitore.

Non chiede al cane ferito se vuole un aiuto, l’esperienza gli consiglia di lasciar correre.

Il combattimento è stato molto duro, tanto che Poppy presenta diverse ferite che impiegano tempo per rimarginarsi. Così il periodo di riposo è lungo, anche se gli allenamenti non cessano mai.

Il terzo combattimento si svolge in un capannone e l’avversario è stavolta un rottweiler.

I due si girano intorno, si ringhiano improperi e infine si azzannano. L’incontro è particolarmente sanguinoso, e il nostro Poppy stavolta comprende che non ce la farà.

A un tratto il rottweiler molla la presa sulla sua spalla per guardare che cosa sta accadendo: guardie zoofile e carabinieri hanno circondato gli spettatori e si sono avvicinati ai contendenti che, intimoriti dalle museruole e dai guinzagli, abbassano i residui di orecchie e si lasciano imbrigliare.

Poppy ansima: ha perso molto sangue dalle profonde ferite e riesce a malapena a camminare.

È caricato su un furgone e avvolto in una coperta di lana. Accanto a lui giace il suo nemico.

“Ehi” si lancia il nostro eroe. “Perché ci sottopongono a queste orribili cose? Io non sono per niente aggressivo, devo solo difendermi, lo capisci?”

“Sta zitto se non vuoi che ti azzanni anche le zampe. Ne ho giusto qui una comoda comoda” ringhia il rottweiler.

“Perché proprio a me?” continua a chiedersi Poppy, ritirando il più possibile la zampa e abbandonando la testa sul fondo del furgone.

Dopo poco i cani sono scaricati in un ambulatorio veterinario. Prima uno e poi l’altro vengono anestetizzati per la sutura delle ferite e, al risveglio, si trovano in due gabbie adiacenti.

Il rottweiler ulula il suo disappunto per essere sfuggito a una sorte che amava, mentre Poppy spera ardentemente di non dover più rifare le esperienze di lotta.

Entrambi sono affidati a un centro di recupero e, prima di essere separati, il nostro eroe chiede al compagno: “Come ti chiami?”

“Angelo della morte” gli ringhia il rottweiler.

“No, intendevo il tuo nome vero. Io, per esempio, mi chiamo Poppy, ma mi hanno soprannominato Peste.”

“Ah, già” scuote la testa il rottweiler, “anch’io ho un nome mio personale che però non mi soddisfa per niente. Figurati che mamma mi chiamava Arno. Vuoi mettere Angelo della morte con Arno?”

“Infatti” sorride il nostro eroe, “Arno è un bellissimo nome e anche poco comune. Che ne diresti se fossimo amici?”

“Beh, vedremo più avanti. Ora lasciami in pace” termina il rottweiler ammorbidito.

Trascorrono i mesi, Poppy è dichiarato “recuperato” e quindi adottabile, mentre Arno è ancora alle prese con i suoi addestratori.

I due sono finalmente diventati amici, dopo che il rottweiler ha trovato il coraggio di raccontare tutte le sue tribolazioni.

“Ormai non posso più chiedermi perché proprio a me?, visto che tu, come pure molti altri, hai avuto i miei stessi problemi.”

(dal libro “Azzurre come il Mare”)

Corri, Billy, corri

la storia a lieto fine di Billy cane abbandonato

Corre Billy, lingua fuori e occhi attenti, non vuole perdere di vista l’auto sulla quale il suo amato papy l’ha trasportato fino a pochi minuti prima.

Non riesce a comprendere il motivo di quella sua improvvisa fuga – sembrava che il bipede volesse fargli fare un giretto, e invece era rimontato in macchina in fretta e furia e se ne era andato sgommando.

Il cane, inondato da sensi di colpa, allora si domanda:

  • Che cosa avrò fatto per meritarmi questo trattamento?
  • Sarà stato quando ho rubato il mezzo panino al piccolo Roby?
  • Oppure quando ho rincorso micio Ronnie fino in soffitta?
  • Io amo il mio papy e la mia mammy, e pure Roby, anche se spesso mi tira le orecchie. Quindi devo raggiungere l’auto e spiegare ogni cosa ai miei bipedi, ne va della mia vita. Perché, cosa farei senza di loro?

È un mattino stupendo di metà luglio, e il nostro Billy continua a correre, orecchie al vento e ansimare che diventa ogni momento più intenso: il nostro eroe è anziano ormai, e quell’inseguimento lo sta mettendo in crisi. Infatti, tempo qualche minuto e la sua corsa diventa più lenta, fino ad arrestarsi del tutto.

Ho sete” abbaia, ma intorno non c’è anima viva.

Si accuccia, sguardo perso nella lontananza blu della sua auto che sta evaporando, poi si sdraia sul ciglio della strada, sperando che il suo mondo torni a prenderlo.

Mentre il respiro si normalizza, nella mente prendono a sfilare gli ultimi anni della sua vita, quelli trascorsi nella casa degli umani. Di prima non vuole ricordare nulla: la sua esistenza iniziò tre anni fa, quando il piccolo Roby lo sottrasse al canile per il suo mantello – infatti il bianco e il nero sono i colori della squadra di calcio per cui tifa.

Era giunto nella sua nuova casa, dove viveva già un gatto, Ronnie il Rosso, che non gli aveva fatto una grande accoglienza, anzi gli aveva soffiato che là lui era padrone.

Avrebbe voluto sbranarlo subito, ma si era trattenuto per timore dei due zampe.

Dopo poche settimane lui e Ronnie avevano firmato una tregua, in seguito erano diventati amici e spesso giocavano insieme.

Billy non riesce proprio a comprendere dove ha sbagliato, e i suoi occhi diventano sempre più tristi, anche perché in quella landa desolata non si vede nessuno.

Dopo essersi riposato un poco, riprende il cammino nella direzione in cui è scomparsa l’auto del suo papy.

“Lo ritroverò” si dice e, imbaldanzito da quel proposito, continua a trotterellare calmo.

Quando la sete diviene insopportabile, Billy beve da un fossato, dove si immerge per alleviare il bruciore alle zampe. Quindi esce, si scrolla di dosso l’acqua in eccesso, poi continua il suo peregrinare.

È ormai l’imbrunire.

Stanco, con le zampe doloranti per i molti chilometri percorsi, Billy si siede per riposare un poco.

Non ha mangiato più nulla dal mattino e ora è affamato. Si guarda intorno: campi e campi, nient’altro.

“Dove posso trovare qualcosa da mettere sotto i denti?” si chiede avvilito. “A cacciare non sono mai stato abituato, non posso rivolgermi a nessuno – qui sembra un deserto! –  che altra soluzione mi rimane?”

Improvvisamente ricorda che i cani hanno un ottimo fiuto e così, naso a terra, comincia a ispezionare il luogo.

Proprio sul ciglio della strada si imbatte in un riccio steso da un’auto, ma non ha il coraggio di provare a nutrirsene: troppi aculei! Al centro della carreggiata invece riposa un piccione, morto pure quello, che attira il nostro eroe. Sta assaporando quelle carni squisite – molto ben conservate tra l’altro – quando ode il rumore di un’auto in avvicinamento.

Alza la testa il nostro Billy e se ne sta immobile nella speranza che il suo papy sia tornato a prenderlo.

Il guidatore vede in lontananza una massa canina proprio al centro della strada, sterza leggermente per evitarla – la velocità è elevata, e lui non vuole rischiare di sbandare – ma in quell’attimo il cane si muove e l’auto vi cozza contro, lasciando l’animale dolorante a terra.

Naturalmente il guidatore si guarda bene dal fermarsi: ha molta fretta e inoltre è in ritardo.

Billy guaisce, continua a guaire le sue pene fisiche e morali finché, stanco di chiacchiere, si trascina sul bordo della strada. La gamba anteriore destra è fratturata e gli duole molto.

“Che cosa farò in queste condizioni? Anche se potessi camminare, non riuscirei mai a trovare casa mia in breve tempo!”

Trascorre la notte con auto che di tanto in tanto gli transitano accanto, i cui fari però non riescono a illuminare la tragedia che si consuma a pochi passi dall’asfalto.

Ed ecco il mattino.

Billy sta ancora disteso su un fianco perché la zampa rotta – che ora si è anche gonfiata e duole sempre più – gli impedisce di alzarsi.

Un’auto accosta, ne discende uno sconosciuto che si avvicina al cane e gli accarezza titubante la testa. Billy non reagisce se non con uno sguardo supplichevole.

L’uomo torna in macchina da dove estrae una bottiglia di acqua, la avvicina alle labbra del cane che ne trangugia l’intero contenuto.

“Poverino, avrai anche fame” lo commisera il soccorritore.

Nelle sue mani si materializza un panino che Billy divora senza neppure assaporarlo.

“Che cosa devo fare con te? Dove posso portarti? Ed eventualmente come?” si chiede l’umano torcendosi le mani.

Poi ricorda di aver letto da qualche parte che la Polizia Stradale è competente anche per casi del genere. Così compone il numero, e di lì a poco un’auto pattuglia si ferma accanto a lui.

“È suo questo cane?” chiede uno dei poliziotti sceso dalla macchina.

“No, come vi ho già spiegato al telefono, mi stavo recando in ufficio, quando ho visto questo povero cane steso sul ciglio della strada. Mi sono fermato, ho visto che era ferito, gli ho dato da bere e da mangiare. Ora che siete qui voi, posso andare?”

“Un attimo” ingiunge il poliziotto che si avvicina al cane, gli guarda l’interno dell’orecchio e l’interno coscia, quindi, soddisfatto, concede al soccorritore l’autorizzazione, non prima però di aver preso le sue generalità.

Billy è caricato sull’auto della Polizia e trasportato al canile della vicina città, dove gli sono prestate le prime cure.

Il nostro eroe, alla vista del luogo dove l’hanno portato, emette un debole guaito: “Perché ancora qui?”

“Sei fortunato tu” gli risponde un vecchissimo cane, forte della sua esperienza, “sai quanti nostri simili muoiono là fuori? Privi di cure e di cibo? Almeno un 90%. Qui avrai comunque un boccone disponibile e magari anche la possibilità di un’adozione.”

“Ero già stato adottato…”

“E allora? cosa ti è successo?”

“Oh, non lo so! Devo averne combinata una delle mie, perché il mio papy mi ha abbandonato lungo una strada di campagna.”

“Eh” sospira il vecchio cane, “non sempre è colpa nostra se ci abbandonano; a volte sono i bipedi che non meritano la nostra compagnia e allora ci lasciano andare per il mondo perché si vergognano.”

“Ti assicuro che i miei due zampe non avevano nulla di cui vergognarsi, io invece ne combinavo di disastri! Pensa, una volta gli ho distrutto il tappeto del salotto, un’altra ho travolto un tavolino con diversi ninnoli, poi mi sono mangiato un intero arrosto lasciato incustodito in cucina – in quell’occasione, però, mi aveva aiutato anche gatto Ronnie – e tante altre cose del genere che ora non ricordo più. Vedi bene che, se qualcuno è colpevole, quello sono io” termina demoralizzato il nostro eroe.

“Secondo me quelli sono peccati veniali; si sa che un cane in appartamento ogni tanto combina qualche marachella. Ma se i tuoi umani ti amano, di solito urlano un po’ e poi ti perdonano.”

“E allora, secondo te, perché mi hanno abbandonato?”

“Magari è stato per errore. Forse ti volevano portare in pensione da qualche parte – adesso è periodo di ferie, senti anche tu, no, il caldo che fa – e ti hanno lasciato nel posto sbagliato. Oppure loro si sono fermati e tu sei sceso dall’auto di tua spontanea volontà – chissà che sorpresa quando, arrivati a casa, non ti hanno più trovato! O potrebbe essere successo un imprevisto – il tuo papy ha perso la memoria, la tua mammy è stata male e il marito ha dovuto portarla in ospedale – là non ce li vogliono i cani. Insomma potrebbe essere accaduto di tutto, bisognerebbe chiederlo agli umani che cosa gli passa per la mente” sospira il cane anziano.

In canile Billy è tenuto separato dagli altri per una decina di giorni, nell’attesa che la gamba inizi il processo di guarigione, dopodiché viene sistemato in un box con altri tre cani, con i quali spesso litiga per una coccola del volontario o per un boccone prelibato.

E gli umani? Non siete curiosi di sapere qual è la situazione laggiù? Allora seguitemi e andiamo a vedere.

L’uomo – che chiameremo lampo (la minuscola è intenzionale) – tornato a casa dopo l’abbandono di Billy, riferisce alla moglie – che chiameremo maria (sempre intenzionale è la minuscola) – come sono andate le cose. I due cambiano argomento all’ingresso di Roby, il loro ragazzino, che si guarda intorno e chiede: “Dov’è finito Billy? Non lo vedo da nessuna parte.”

“Credo che sia fuggito da casa” propone lampo, “perché è da qualche ora che non lo troviamo più. Abbiamo cercato dappertutto senza successo.”

“Sei andato anche nel parco di fronte?” chiede Roby.

“Sì, tesoro, ci sono andata io mentre papà girava per le strade vicine. Niente da fare. Devi metterti il cuore in pace, perché ho paura che non tornerà più.”

“Impossibile” rabbrividisce Roby, “che motivo aveva per fuggire? Noi gli abbiamo sempre voluto bene. Non avrebbe mai lasciato la sua casa spontaneamente.”

Lampo (è maiuscolo solo perché a inizio riga) e maria si guardano accorati: non sanno cosa rispondere a quel loro ragazzino dal cuore tenero.

“Vado a preparare le valigie” cerca di tergiversare maria.

“Ma come, vuoi partire lo stesso? anche senza Billy? E se lui dovesse tornare a casa e non trovare nessuno?” sbotta il ragazzino.

“Non tornerà!” afferma lampo con l’autorevolezza del maschio saccente.

“Come fai a esserne certo? Io comunque non parto, resto a casa, così se Billy dovesse tornare, troverà me.”

“Non se ne parla proprio” insiste maria, “tu non puoi restare a casa da solo…”

“Basta che chiediamo a nonna Elvira di venire qua con me, e il problema è risolto.”

“Come noi, anche tu hai bisogno di svagarti un po’” lo rabbonisce Lampo, “e poi al mare ci sono i tuoi amici dello scorso anno. Ti divertirai, vedrai.”

Se mi obbligate a partire, lo devo fare, ma non mi divertirei per niente perché penserei in continuazione al mio povero Billy” ansima Roby scoppiando in un pianto dirotto.

“Su, su, non fare così” cerca di intenerirlo maria, “vedrai che al ritorno le cose si sistemeranno.”

“Come?” chiede il ragazzino tra le lacrime.

“Se, nel frattempo, Billy non dovesse essere tornato, potremmo andare al rifugio per prendere un altro cane: ce ne sono talmente tanti in attesa di adozione.”

Roby ci pensa un poco, ma non riesce a togliersi dalla mente gli occhi del suo Billy che implorano amore, amicizia e promettono in cambio una fedeltà assoluta che neppure la morte potrebbe scalfire.

“No, Billy non può essere fuggito da casa, è impossibile. Voi non lo conoscete come lo conosco io” dichiara Roby.

“Allora? che si fa?” chiede lampo a sua moglie.

“Voi partite pure, io resto a casa con nonna Elvira. Lei sarebbe dovuta venire ogni giorno per i pasti di Ronnie, invece potrebbe restare qui con me, così se torna Billy c’è qualcuno in casa.”

Maria (maiuscola solo perché a inizio frase) e suo marito per un attimo sembrano propensi ad accettare la proposta del ragazzino, poi invece il padre, in un rigurgito di amor proprio, insiste: “No, caro, tu vieni in vacanza con noi e non accetto scuse!”

Roby piange disperatamente per il suo cane che, gli pare, si perderà definitivamente davanti a una casa vuota.

“Potreste almeno chiedere a nonna Elvira di venire ad abitare qui intanto che noi siamo via?” si arrende infine il piccolo, “così la casa non sarà abbandonata, e Billy troverebbe qualcuno in caso dovesse tornare. Lo dobbiamo al nostro cane, vi pare?”

“E sia” acconsente il padre, “basta che finisca qui. Non ne posso più di tutta questa faccenda!”

La famiglia dei due più uno parte e ritorna dalle vacanze senza che nulla sia cambiato.

Roby allora rammenta ai genitori che gli hanno proposto di prendere un altro cane, e lui vorrebbe andare subito al rifugio, prima che inizino le scuole.

“Non se ne parla proprio” si nega maria, “stiamo tanto bene senza cani. E poi l’anno prossimo avremmo lo stesso problema di quest’anno…” si morde la lingua.

“Di che cosa stai parlando, mamma?”

“Niente, niente, caro. Hai finito i compiti delle vacanze?” tergiversa.

“Sì, ma vorrei sapere di che problema stavi parlando prima” insiste il ragazzino.

“Eh, sai, se dovesse fuggire anche questo nuovo cane, poi tu soffriresti, come per Billy…”

Ma le sue parole non suonano convincenti, e il nostro ragazzino comincia a subodorare qualcosa.

“Vuoi vedere” pensa, “che i miei hanno riportato Billy al canile per andare in ferie tranquilli? Ma io domani vado a vedere e, se è così… no, non credo, ma se fosse proprio così, che cosa dovrei fare?”

La notte trascorre tra sudori fisici e mentali perché Roby vuole sapere la verità, anche se ne ha timore.

Il giorno successivo, il ragazzino chiede il permesso ai genitori di recarsi dal suo amico Giuliano. Il permesso gli viene accordato e i due, su richiesta di Roby, si recano al canile.

Durante il percorso, il nostro eroe spiega all’amico la situazione e racconta i suoi dubbi. Giunti alla meta, Roby domanda a un’addetta se hanno trovato un cane con le caratteristiche di Billy.

“Ce ne sono tanti di bianchi e neri! Se volete, ve ne mostro qualcuno” propone la volontaria.

I due ragazzini sfilano davanti a un’infinità di box contenenti cani di ogni tipo e razza, finché giungono davanti a quello dove soggiorna Billy.

Il cane si gira al rumore di passi noti, e Roby si ferma con il cuore in gola.

“Billy!” esclama il ragazzino.

“Bau” gnaula il cane.

Abbracci e baci si sprecano ma, attraverso le sbarre, non è semplice coccolarsi. Quindi Roby chiede alla volontaria se può far uscire il suo cane da lì.

Lei è restia, e il ragazzo allora le racconta che il cane è fuggito e che lui vorrebbe riportarlo a casa.

“Non si può” spiega la volontaria. “primo perché non è stata fatta nessuna denuncia di smarrimento, secondo perché il cane è stato trovato abbandonato e ferito a bordo strada. Con il tatuaggio siamo risaliti al proprietario che è stato denunciato all’autorità competente. Questo è tutto.”

Roby e Giuliano si guardano allibiti.

Nella mente del nostro eroe si snodano varie sequenze di un film demenziale cui lui non vuole riconoscere l’attributo della verità.

“Non è possibile” riflette, “non posso credere che i miei genitori abbiano compiuto un’azione tanto spregevole!”

Dopo qualche attimo di silenzio, Roby chiede di portare a spasso Billy.

“Purtroppo non è possibile: il cane ha una zampa fratturata e deve restare immobile per un paio di settimane ancora. Puoi venirlo a vedere anche tutti i giorni, ma bisogna attendere la guarigione prima di farlo camminare.”

I due ragazzi lasciano il canile seguiti dai guaiti inconsolabili del povero Billy.

Fuori, Roby si consulta con Giuliano: “Che cosa pensi. È meglio che non dica nulla a casa?”

“Non conosco bene i tuoi genitori, ma se hanno deciso di non volere più Billy, allora mi sembra inutile che tu insista. Se invece è stata un’azione impulsiva, gliene puoi tranquillamente parlare. Però fai molta attenzione a quello che dici, per non giocarti la sia pur minima eventualità di riavere il tuo cane.”

Roby è giovane, emotivo e sensibile, tre qualità che formano un miscuglio esplosivo e, al suo rientro, la rabbia del nostro ragazzo esplode: “Chi di voi ha abbandonato il mio Billy? E perché? O eravate d’accordo entrambi?”

“Calmati, tesoro” si stupisce la madre. “Spiegami che cosa è successo.”

“Sono stato al canile con Giuliano, dove ho trovato Billy. Sembra che sia stato raccolto sul ciglio di una strada con una gamba fratturata.”

“Oh, poverino! Probabilmente durante la fuga è stato investito da un’auto, ma ti assicuro, Roby caro, che non siamo stati noi ad abbandonarlo!”

“Ah no? E allora andiamo subito a riprenderlo. Perché voi lo volete ancora il mio Billy, o no?”

“Sei molto agitato oggi. Non usare quel tono con me e, soprattutto, con tuo padre quando tornerà dal lavoro. Per Billy è meglio stare dove si trova ora, credimi.”

“Beh, io non l’ho bevuta la storia della fuga – che se ne sia voluto andare lui – e non sono d’accordo che stia meglio dov’è. L’ho guardato negli occhi, ho udito i suoi lamenti e, ti assicuro, lui sarebbe dispostissimo a tornare a casa, anche se voi due non meritate l’amore di un animale tanto sensibile quanto il mio Billy.”

“Senti, Roby, non ne voglio più parlare. Tu ora sei molto agitato e, in casi come questo, si dicono cose di cui poi ci si pente. Quindi è meglio che rimandiamo la discussione a quando ti sarai calmato.”

“È troppo comodo così! Voi vi liberate del mio cane e poi non ne volete neppure discutere con la scusa che sono arrabbiato. Lo sai che cosa sono arrivato a pensare? Che, se non faccio attenzione, alla prima marachella che combino, abbandonerete anche me” scoppia in lacrime il nostro eroe.

La madre resta immobile, come impietrita, mentre nel suo cervello centinaia di piccole rotelle girano all’impazzata. Che cosa può rispondere al suo ragazzo? Che cosa lo convincerebbe di avere torto?

“Devo parlare con mio marito prima che torni. Bisogna che sia preparato, si tratta di una cosa di estrema importanza…” riflette.

Così esce da casa, attraversa la strada e dal suo cellulare chiama il marito: “Caro, abbiamo un problema!”

L’uomo non sa cosa fare: tornare subito a casa – ma questo sarebbe come ammettere che la questione è importante – oppure lasciar trascorrere le due ore che mancano alla fine della giornata lavorativa. Ovviamente sceglie questa seconda ipotesi.

Arriva tuttavia il momento di affrontare il figlio.

Lampo (maiuscolo solo perché a inizio frase) entra allegramente in casa, saluta tutti e finge di non notare l’aria cupa del figlio né l’agitazione della moglie.

È quest’ultima a proporre: “Tuo figlio ci ha accusati di avere abbandonato Billy. Io gli ho ben spiegato che il cane è fuggito di sua iniziativa, ma Roby non mi crede. Diglielo anche tu per favore.”

“È vero” fa lampo rivolto al figlio. “Lo abbiamo cercato come dei matti prima di partire…”

“Che strano che Billy sia fuggito proprio prima delle vacanze e che comodità anche!” ironizza Roby.

“Senti, carino. Non mi va che tu ti rivolga ai tuoi genitori con quel tono. Chiaro? Devi portarci rispetto!” si inalbera il padre.

“Altrimenti?” non riesce a trattenersi il ragazzino.

Un ceffone è la logica conclusione di quel battibecco.

“Ora vattene subito in camera tua. E stasera salterai la cena” ordina lampo.

Roby se ne va soddisfatto: non sarebbe riuscito a sedersi a tavola con quei due. Nella sua stanza, dopo aver molto riflettuto, scrive una lettera ai genitori.

Mi avete proprio deluso: io mi fidavo di voi e, soprattutto, pensavo che foste affezionati a Billy.

Ho deciso di andarmene da casa, ma prima voglio informarvi che la vostra cattiva azione è stata scoperta: siete stati denunciati e finirete in prigione.

Questo non mi dispiace affatto, l’unico grande dolore è sapere che il mio Billy si trova di nuovo nel canile da dove lo avevamo salvato, ferito nel corpo e nell’anima.

Non potrò mai perdonarvi! Le vostre menzogne mi hanno convinto che è meglio separarci qui. Andrò da nonna Elvira: lei è un’amante degli animali, cosa che denota un animo sensibile, e io proprio di questo ho bisogno per crescere bene. 

Piega il foglio in quattro, lo ferma con una graffetta, si veste e attende che tutte le luci di casa siano spente, prima di uscire silenziosamente da casa, lasciando la missiva ben in vista sul tavolino dell’ingresso.

Arriva dalla nonna che sta scoccando la mezzanotte.

La buona signora si spaventa moltissimo al suono del campanello – era a letto da un paio d’ore – e si spaventa ancora di più alla vista di Roby con il volto rigato di lacrime.

“Che cosa è successo?” domanda allarmata.

Il nipote, tra i singhiozzi che non ormai riesce più a trattenere, racconta l’intera storia.

La nonna abbraccia il ragazzo e lo culla tra le braccia.

Quando si è calmato un po’, lo mette a letto, ma non se la sente di telefonare ai genitori a quell’ora tarda.

L’indomani tutti gli attori si riuniscono a casa di nonna Elvira, decisa a risolvere in modo definitivo la questione.

Lampo (maiuscolo solo perché a inizio di frase) e maria hanno letto il biglietto di Roby che ha lievemente appannato le loro certezze, e ora non sanno bene come gestire la situazione. Sono soprattutto preoccupati per la notizia della denuncia e, purtroppo, quella è la prima cosa che vogliono chiarire.

Fatta la domanda sulla querela, un silenzio compatto cala sulla compagnia, silenzio che infine è interrotto da nonna Elvira: “Sapete bene che non amo intromettermi negli affari altrui – non l’ho mai fatto nel vostro caso – però credo, poiché mi siete tutti cari allo stesso modo, di avere il diritto di farvi conoscere la mia opinione.

Nella vita le scelte importanti – quelle che possono modificare un’esistenza, per intenderci – si fanno dopo averle ben ponderate, e per questo occorre avere una certa maturità. Ora, a suo tempo avete deciso di prendere un cane. Avevate, mi pare, un mese o poco meno per scegliere se tenerlo oppure no, e avete optato per il sì. È vero che a volte si può cambiare idea, ma non quando c’è di mezzo un essere al quale si procura dolore e che, per la sua dipendenza dagli umani, non comprende il motivo del cambiamento. Io ti ho educato a rispettare ogni essere vivente, Maria (maiuscolo solo per volere di nonna Elvira), e ti ho cresciuta nella convinzione che tu fossi disponibile a prenderti cura di quelli che ti erano affidati. Avete entrambi, anzi tutti e tre, voluto un cane, sapevate – perché vi avevo avvisati – quanti problemi avrebbe procurato, ma ugualmente vi siete impegnati. Ora non potete rinunciare a lui come a un paio di vecchie ciabatte. Lui non è una cosa! Questa è la mia opinione ma, naturalmente, non siete obbligati a prenderla in considerazione. Fate ciò che ritenete giusto.”

Silenzio di lampo.

Silenzio di maria.

Silenzio di Roby condito con lacrime.

Poi maria avanza verso il figlio, lo avvicina e lo stringe timidamente tra le braccia; lampo fa lo stesso e i tre si trovano abbracciati e con gli occhi lucidi.

“Perdonaci Roby, volevamo fare le vacanze in pace, così ho caricato Billy in auto e l’ho abbandonato su una strada secondaria a una decina di chilometri da casa. Non immaginavo quanto me ne sarei pentito!” farfuglia lampo.

“La colpa è tutta mia” confessa maria, “io ho obbligato tuo padre a commettere quella malvagità: ero stufa dei disastri che il cane combinava e volevo andare in vacanza senza preoccupazioni. Purtroppo però, vederti soffrire, Roby, mi ha rovinato lo stesso le ferie!”

“E adesso? che cosa si fa?” chiede titubante il ragazzino.

Nonna Elvira guarda interrogativamente la figlia e il genero i quali abbassano il capo in segno di resa.

“Adesso” esulta allora l’anziana signora, “andiamo a riprenderci Billy!”

La direttrice del canile, una volta informata sulle intenzioni dei visitatori, si oppone: “Non è possibile per voi riavere il cane perché sotto sequestro. Tra sei – sette mesi ci sarà il processo e allora verrà presa una decisione.”

“Non c’è modo che Billy sia affidato a me?” chiede allora nonna Elvira. “Io non faccio parte della famiglia affidataria, vivo sola e un cane sarebbe un’ottima compagnia per me.”

“Per questo credo non ci siano problemi, mi lasci qualche ora per verificare, poi le dirò. Mi scriva qui il suo numero di telefono. Domani avrà la mia risposta” assicura la direttrice.

Lampo (maiuscolo solo perché a inizio riga) e maria sono sempre più preoccupati per il processo che è stato loro annunciato anche dalla direttrice, d’altra parte si sentono sollevati di non dover più, almeno per qualche mese, ospitare Billy.

Roby, invece, guarda con occhi grati nonna Elvira alla quale chiede in un sussurro: “Posso venire a vivere con te?”

Lei scuote la testa dispiaciuta: “Devi avere il permesso dei tuoi genitori, sei ancora minorenne…”

“Che cosa state tramando voi due?” chiede maria.

“Niente” risponde il ragazzino, “stavo solo chiedendo a nonna se posso andare a vivere con lei e Billy. Sono certo che così saremmo tutti più felici!”

I genitori ammutoliscono per qualche minuto, poi lampo sbotta: “Tu sei nostro figlio e devi vivere con noi, anche se non ti va. Capisco il tuo risentimento nei nostri confronti, ma i motivi che ci hanno spinto a una decisione del genere erano validi. Poi, si sa, tutti possono sbagliare, però…”

“Non è tanto l’azione in sé” lo interrompe Roby, “che già è di una gravità estrema, ma anche le continue menzogne che mi avete propinato tu e mamma. Io ho bisogno di conoscere la verità, sempre, per aver fiducia in voi. Altrimenti che genitori siete? Che cosa mi insegnate? Malvagità e menzogne?”

Nonna Elvira sorride sotto i baffi che non ha, costatando quanto il figlio sia molto più maturo dei genitori!

Questa storia termina con lampo e maria condannati a una multa di cinquemila euro per evitare la prigione, con Billy affidato a nonna Elvira e con Roby che vive molte più ore con il suo cane che a casa dei genitori.

(dal libro “Azzurre come il Mare”)

L’ultimo rifugio

racconto di un cane abbandonatoLucky, nonostante il nome, era stato abbandonato dai suoi umani con i quali era vissuto per oltre dieci anni e, in onore al nome – forse –, era finito in un canile (solo il 5% dei cani abbandonati si salvano in un modo o nell’altro – canile/adozione da ritrovamento).

Era un cane anziano con barbetta e baffi che stavano ingrigendo, le zampe posteriori dolenti e poca voglia di muoversi per conquistare un pasto.

Lo avevano sistemato in un box molto piccolo, dove già vivevano altri quattro cani, fortunatamente anziani pure loro.

Uno dei suoi compagni, affetto da micosi, lo aveva contagiato, e il nostro Lucky presentava sul mantello grosse zone tondeggianti, prive di pelo e arrossate, che prudevano maledettamente. Inoltre, il giorno precedente si era accorto di essere affetto da una fastidiosa parassitosi intestinale – regalo involontario di un altro dei suoi coinquilini (infatti da giorni il box non era stato pulito, e su tutto il pavimento giacevano feci maleodoranti).

Trascorreva le sue giornate su un pallet brulicante di pulci, disteso perché ogni movimento era diventato doloroso (a causa dei reumatismi alle gambe) e faticoso (a causa della debolezza dovuta alla scarsa o nulla alimentazione).

Non aveva più alcun desiderio di abbaiare, e questo era un vantaggio. Infatti – correva voce – alcuni ospiti molto loquaci erano stati sottoposti a un trattamento chirurgico che gli aveva danneggiato irreversibilmente le corde vocali.

Un mese dopo il suo arrivo, per tre giorni consecutivi, nel box fece la sua comparsa solo acqua.

“Ma dove sono capitato?” si lamentò Lucky sollevando faticosamente la testa dal suo giaciglio.

“In un lager” abbaiò con violenza un compagno di sventura ancora combattivo. “Quando non vengono i volontari, oppure quando non li lasciano entrare – perché succede anche questo, sai? –, nessuno si occupa di noi. Mio padre” proseguì indicando il più anziano del box, “ha studiato. Fatti raccontare come dovremmo essere trattati!”

“Lo ascolterei volentieri, ma mi sento così stanco che non ho voglia di nulla!” esclamò il povero Lucky.

“La legge n. 281 del 1991” esordì allora il vecchio cane senza tener conto del desiderio del nostro eroe, “prescrive che ogni comune possieda il suo canile e il suo gattile. Pochissimi sono in regola; quelli che non lo sono affidano gli animali, di cui dovrebbero occuparsi perché randagi o abbandonati, a privati, pagando un contributo giornaliero.”

“E questo che cos’è?” domandò Lucky. “Un canile comunale o privato?”

“Purtroppo è privato. Infatti il cibo è insufficiente, le condizioni igieniche lasciano a desiderare, le gabbie sono sovraffollate e i controlli sanitari inesistenti: sono qui da due anni e non ho mai visto un veterinario.”

“Moriremo tutti!” sospirò il povero Lucky.

“Ma non è finita qui” rincarò la dose il vecchio cane. “Ho visto il mio primogenito massacrato di botte – e non so neppure il perché. Ho visto mia sorella svanire nel nulla da un giorno all’altro. Ho visto il mio povero figlio qui presente legato con una catena a un muro perché aveva tentato di accoppiarsi con una cagnetta disponibile (e questo per ben tre mesi!). Ho visto amici cui erano state asportate le corde vocali per evitare che abbaiassero.”

“Basta, ti prego” supplicò Lucky, “già sono triste per essere stato abbandonato dal mio umano dopo oltre dieci anni di convivenza, già sto in un posto lurido e maleodorante, già sono pieno di acciacchi, non posso sopportare altre notizie di questo genere.”

“Hai ragione” rispose il vecchio cane, “parliamo di cose più allegre, vuoi?”

“E quali sarebbero?”

Domani – ho letto su una locandina – il rifugio sarà aperto al pubblico per la festa di un santo, protettore degli animali – non mi ricordo come si chiama. Quindi oggi dovrebbero pulire le gabbie e dare una strigliatina anche a noi, almeno lo scorso anno è stato così.”

“A cosa vuoi che serva essere accuditi per un giorno?” domandò il nostro eroe.

“Serve a farci sentire meglio e potrebbe servire anche a farci adottare. Di solito in queste occasioni alcuni di noi trovano casa…” dichiarò il vecchio cane.

“Chi vuoi che scelga dei poveri derelitti come noi, tra l’altro già avanti con gli anni?” sospirò Lucky.

“Eh ma sei proprio depresso!” esclamò il figlio del vecchio cane. “C’è qualcosa che possiamo fare per tirarti un po’ su?”

“Purtroppo no. L’unica cosa che mi potrebbe ridare la carica sarebbe tornare a casa mia, ma questo – lo so – è impossibile. Allora lasciatemi dormire… sono tanto stanco!”

“Da tre giorni non tocchi cibo. Ci sono delle crocchette in quella ciotola, alzati e mangiane un po’. Sono piuttosto secche ma è sempre meglio di niente.”

“No, no, grazie non ne ho voglia… servitevi voi!”

La conversazione ebbe forzatamente termine a causa dell’impossibilità di Lucky a proseguire il discorso.

L’indomani la sua carcassa fu portata all’inceneritore per la cremazione.

(dal libro “Azzurre come il mare”)

Bambini e animali domestici: un connubio vincente

animali e bambiniC’era una volta la fobia: se in casa ci sono bambini o neonati meglio che gli animali stiano alla larga. Nulla di più sbagliato! Uno studio pubblicato sulla rivista statunitense Microbiome ha rivelato che vivere con cani e gatti migliora la salute dei bambini sin dai primi mesi. Questo vale anche per i nati con parto cesareo o per coloro che non sono allattati al seno. La presenza di cani e gatti salvaguarda i bimbi da asma e obesità e diminuisce notevolmente il rischio di trasmissione di Streptococco B, il batterio che provoca la polmonite nei neonati.

Lo studio ha preso in considerazione un campione di 800 bambini esposti a cani e gatti durante la gravidanza e fino ai tre mesi di vita dopo la nascita. Sono stati studiati i germi presenti nelle feci dei neonati e, in più, è stato fornito un questionario alle mamme.

Dallo studio è emerso che il microbioma (la flora batterica dell’intestino) dei più piccoli che crescono con cani o gatti è ricco di due batteri, Oscillospira e Ruminococcus, associati a un minor rischio di obesità e allergie nei nati con cesareo. Si è notato infatti come l’esposizione a questi animali influenzava in modo indiretto il microbioma durante la gravidanza (da animale a madre e da madre a feto) e nel primo trimestre del nascituro.

I cani molti ma molti secoli or sono….

Xolotl dio azteca

Una raffigurazione di Xolotl (Codice Fejervary-Mayer, XV secolo). Wikipedia

Xolotl, la divinità azteca dall’aspetto canino, aveva il compito di guidare il Sole dal punto in cui tramonta a quello in cui risorge il giorno successivo.
Sembra proprio che anche il Sole, senza la guida di un cane, si possa perdere. Xolotl veniva raffigurato come un uomo con la testa di cane.

Hel con il mostro Garm

Hel con il mostro Garm- Wikipedia

Garm è un cane infernale a guardia di Hel, il regno più basso dei nove mondi norreni. E’ legato a una catena che si spezzerà all’avvento del Ragnarök, la fine del mondo nella cultura nordica. È molto aggressivo, feroce ed è  possibile ammansirlo solo se gli si offre un pezzo di pane intriso nel proprio sangue.

Anubi dio a forma di cane

Anubi come dio dell’Oltretomba.

In Egitto si venerava Anubi, il dio dal corpo umano e dalla testa di sciacallo/cane, con una lunga coda e grandi orecchie ritte, in segno di attenta vigilanza.

Aveva il compito di accompagnare il Faraone nella buia e difficile strada per l’aldilà fino al giudizio di Osiride, sulla cui bilancia il defunto doveva appoggiare il proprio cuore. Anubi sostiene la croce-ankh, simbolo di immortalità, in una mano e lo scettro-uas, per far rinascere la vita, nell’altra. Per la civiltà egiziana è stata la prima divinità dell’Oltretomba.

Come mostrato dai dipinti rupestri rinvenuti in Asia, il primo cane addomesticato assomigliava a un dingo. Sembra che cinquemila anni fa questo cane delle praterie si avvicinasse pacificamente ai villaggi asiatici. Le donne offrivano i resti dei pasti e i dingo, riconoscenti, donavano la loro amicizia a tutta la comunità.

cane leone buddista

Cane buddista

In Cina il custode della legge è proprio un cane, il Cane-Leone buddista o Cane di Fo. In realtà questo cane assomiglia molto alla razza Chow-Chow e a quella Shih Tzu. Queste due razze sono anche chiamate cani leone cinesi, cani guardiani o cani di pietra del tempio.

cerbero cane a tre teste

Cerbero, il cane a tre teste

Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, era un terribile mastino che impediva l’entrata ai vivi e la fuga alle anime morte che abitavano nell’Ade.  Per ammansirlo, i morti devono offrirgli il dolce di miele che auguratamente veniva posto nella loro tomba insieme con l’obolo destinato a Caronte, il traghettatore delle anime. Ercole riuscì a sconfiggerlo, ma non lo uccise perché comprese quanto fosse insostituibile.  Solitamente noto per la sua presenza nell’Inferno della Divina Commedia,  Cerbero è  una creatura della mitologia greca, generata dall’unione di Echidna e Tifone.

I nativi nordamericani associavano il cane e il coyote al tuono.

I guerrieri Cheyenne venivano chiamati “Cani sciolti” e avevano il compito di proteggere il villaggio.

Gli indiani Crow chiamavano alcuni loro guerrieri particolarmente coraggiosi “Cani pazzi che vogliono morire”.

Nell’America del Nord si associava spesso il cane al lupo, animale di cui si aveva un enorme rispetto.

Il cranio dell’antico cane. Fotografia per gentile concessione di Yaroslav Kuzmin, PLoS ONE

La presenza del cane accanto all’uomo risale a ben 14.000 anni fa. Esempi più antichi sono rari ma non impossibili. Ad esempio, scavi condotti nella grotta di Razboinichya, nei Monti Altai nella Siberia meridionale, durante gli anni ‘70 hanno portato alla luce un cranio di canide vissuto circa 33.000 anni fa. Appartiene, senza dubbio, all’esemplare di cane domestico ben conservato più antico finora ritrovato.